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28/9/2004
- Eravamo un pugno di dispersi, maldestri, senza energia né perseveranza, ma attenti ai sommovimenti segreti dell'universo, nient'affatto insensibili e nient'affatto euforici, molto intelligenti e sempre in agguato, nient'affatto eccitati, nient'affatto frenetici, perduti in folle accecate dal furore e dal delirio, dal rancore e dallo spavento, o assopite dal torpore delle dolci agonie. Eravamo gli ultimi esseri coscienti in questo mondo che li aveva troppo vezzeggiati, e di cui indovinavamo che stava scomparendo, senza intuire che non eravamo nati per sopravvivergli, ma, una volta ricostruite le sue rovine, destinati piuttosto alla miseria, alla derisione, e all'oblio (...) Eravamo troppo delicati, troppo colti, troppo difficili, troppo incapaci di accontentarci di un gioco che non ci appagava. E poi venivamo troppo tardi, eravamo troppo pochi, i nostri cuori erano troppo deboli (...)
Saremo stati degli oratori (...). Non abbiamo mai appartenuto all'aurora. Siamo freddolosi e di volo pesante, rapidi nel nasconderci nelle fessure dei muri e con l'occhio attento solo alle piccole prede. Siamo il pipistrello sinistro e cauto dei crepuscoli, l'uccello saggio e avveduto, che esce dopo il rumore del giorno e ha paura perfino delle tenebre che annuncia. E' giusto che noi stessi ci chiamiamo crepuscolari.
Uomini dalle situazioni false, affermavamo ad alta voce il nostro gusto per la violenza, ma ci saremmo forse rammaricati di vedere esauditi i nostri desideri(...)
La casa bruciava e noi riordinavamo l'armadio. Bisognava invece attizzare l'incendio. Non osavamo farlo (...)
Essere senza colpa ci consolava di essere deboli in un tempo in cui la debolezza era la prima colpa. Quindi non abbiamo costruito nessun'arca per salvare ciò che doveva essere salvato (...)
Ci mancò anche quella generosità, quella indifferenza alla sorte procurata, se non da una grande gioia, dalla familiarità con le peggiori decadenze, e che il mondo a venire ci porterà. (...)
Eravamo troppo deboli, troppo amanti di cose molto vecchie e molto fragili, cui tenevamo più di quanto ci sembrasse: la bellezza, la verità, la giustizia, ogni sorta di raffinatezza. Non abbiamo saputo sacrificarle. E quando abbiamo capito che era proprio su quel punto che bisognava cedere, abbiamo indietreggiato e ci siamo ritrovati al nostro posto, dall'altra parte, in quel mondo antico e viziato, che ha fatto il suo tempo e che è ora di liquidare.
[Roger Caillois, 1943 - Traduzione di Marina Galletti]
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